La città sacra

Il mio treno che da Agra mi ha portato a Varanasi è arrivato con 5 ore di ritardo, piuttosto normale per l’India mi dicono i gentili ragazzi indiani addetti al service nelle cuccette, sempre ben disposti a scambiare due parole con uno straniero. Oramai mi sto abituando a questa curiosa gentilezza del popolo indiano che prima ti catturano con il loro sguardo penetrante e a volte sfrontato ma mai intimidatorio o giudicatore. Mi sto anche abituando al loro stupore quando scoprono che viaggio solo e soprattutto al loro profondo sconforto quando gli dico che non ho figli e che non sono sposato. Infine sono oramai preparato e attrezzato al loro genuino e incredulo stupore quando gli rivelo la mia età, più di una volta ho dovuto mostrare il passaporto a riprova ( adesso sempre a portata di mano). Gli indiani non mi danno più di 35 anni, se sapevo che sarebbero bastate 15 ore di volo ed atterrare qui per scrollarmi di dosso 9 anni lo avrei fatto prima.

Comunque non vi racconterò del viaggio in treno, anche se meriterebbe un intero capitolo a parte. Aver condiviso una cuccetta con altri due signore indiane anziane affette da una logorrea incontenibile, un anziano indiano con gravi problemi di flatulenza, una giovane coppia indiana con il loro bambino non più che duenne capace di emettere vagiti agli ultrasuoni, un ragazzo indiano gentile e simpatico l’unico in grado di tradurre per me al resto della ciurma quanto volevo riferire o rispondere, la ricorderò come una esperienza di vita un gradino al di sotto del corso ufficiali dell’aeronautica (Scuola di Guerra Aerea di Firenze) e appena sopra ad un campo scout di reparto.
Detto questo appena sceso dalla stazione raggiungo l’albergo e lascio i miei bagagli e sebbene stanco per la nottata in bianco mi catapulto comunque a vedere il sacro fiume per gli induisti il GANGE. Il lungo percorso pedonale* mi fa intendere che questa citta è diversa dalle altre che ho visitato fino ad ora. I numerosi e variopinti negozi sui due lati della strada formano un chiassoso e colorato carosello che porta fino alle gradinate (ghats) che scendono verso il sacro fiume. Dovete sapere che per gli Induisti il Gange è il fiume più sacro, quello che sorge dai piedi di Vishnu da cui il mondo si è generato e vengono qui tutti i fedeli in pellegrinaggio da tutta l’india ed oltre per lavare una vita di peccati. Inoltre se un induista ha la “fortuna” di morire e venire cremato in questa città questo sarà liberato dal lungo e complicato ciclo di reincarnazioni che spettano a tutti gli essere viventi. Quindi direi che già queste due cose rendono questa città unica e sicuramente sacra.
Mentre cammino sento delle urla provenire da dietro. Non faccio in tempo a girarmi per capire cosa succede che un avventore di un vicino negozio mi afferra portandomi verso di se probabilmente salvandomi da un brutto incidente. 5 tori e mucche stavano correndo lungo la strada travolgendo chiunque gli si parasse davanti. Sembrava una di quelle scene che si possono vedere in spagna a pamplona. Ad una turista americana è andata peggio è stata spintonata dai ruminanti verso il centro della strada e quasi travolta da un tuk tuk sopravveniente dalla parte opposta. Ringrazio il commerciante per avermi salvato e diniego le sue insistenti offerti di vendermi drappi in seta. Scosso ma di buon umore arrivo infine al Gange. Mi colpiscono la quantità di gente presente sulle gradinate, la scarsità di acqua del fiume (più di metà del letto è a secco mostrando dune di sabbia), la quantità di barche ormeggiate. Mi incammino lungo i ghats alla mia sinistra verso il più famoso il ghat Manikarnika quello dedicato alla cremazione dei corpi.
Adesso non voglio essere melodrammatico o macabro ma se siete deboli di cuore o suscettibili non proseguite la lettura di questo post in quanto è il racconto dei fatti e delle sensazioni provate nelle due ore trascorse in osservazione del lungo e strano processo che gli indù hanno per cremare le loro salme. Purtroppo non potrò fornire evidenze fotografiche in quanto è severamente proibito scattare foto nei burning ghats, luoghi di cremazione.
Cammino lungo i ghat in direzione nord. Mentre cammino vedo elevarsi in cielo un fumo denso e scuro. Aumento il passo e mi avvicino ad esso. Faccio una gincana in un tornello in ferro che sbarra la strada ai passanti e da questo mi accorgo che quello specifico ghat è diverso dagli altri, qui i fedeli non vengono a lavare una vita di peccati qui vengono a morire e a farsi cremare. Faccio alcuni gradini, liquido gli immancabili accattoni, e mi siedo ad osservare. Le gradinate che discendono lungo il gange racchiudono quasi a coronare due terrapieni terrazzati, postazioni dedicate all’accensione dei fuochi. Sul terrapieno più elevato bruciano due cataste di legna, cerco di riconoscere fra le fiamme e la legna annerita la sagoma di una salma ma non vi riesco. Nel terrapieno sottostante, il più vicino al gange, non vi sono fuochi accesi. Riconosco 4 cumuli pieni di brace che forse poche ore prima erano fuoco, ma la mia attenzione viene catturata da una catasta di legna dove chiaramente riconosco una salma tutta bendata come una mummia egizia. Tutto intorno fra le viottole sovrastanti e lungo le scale vi sono numerose cataste di legame e strumenti atti alla pesa o taglio dei pesanti tronchi di legno, il pavimento è circondato da numerosi trucioli e residui legnosi come in una grande falegnameria a cielo aperto. Passa un ambulante con due bricchi in acciaio ammaccati e malmessi in mano. Uno di questi è dotato sul fondo di un artigianale contenitore sempre in acciaio per custodire della brace e preservare calda la bevanda contenuta nel contenitore sovrastante. Ammiro per un secondo l’ingegno e l’efficienza di quel sistema, in India dove non arrivano i mezzi vi arriva l’ingegno. Rifiuto la bevanda calda, non mi sembra il caso, le altre persone sedute al mio fianco accettano di buon grado. Noto del movimento attorno alla catasta con la salma bendata adagiata sopra. Una persona vestita solo con drappi bianchi e completamente rasata inizia a gettare sulla salma offerte sotto forma di bevande e spezie. Solitamente la persona più vicina alla salama è quella che ha l’incarico di officiare la cremazione rasandosi completamente il capo e vestendosi solo con un sari bianco di cotone. Numerosi e complessi sono i suoi compiti che lo preparano a traghettare la salma del defunto verso il nuovo ciclo di incarnazioni non ultimo quello di accendere il falò. Tutto attorno alla catasta oggetto della mia attenzione si adoperano diverse persone i così detti paria i più bassi nella gerarchia delle caste indiane persone a cui viene dato l’incarico di assistere e preparare la cataste, e numerosi altri compiti.
Per un attimo distolgo l’attenzione dalla catasta e mi guardo attorno. Seduti di fianco a me numerosi indiani piuttosto anziani sorseggiano te e parlano fra loro. Qua e la diversi turisti occidentali guardano la scena con espressioni attente e un po disgustate. Poco lontano vedo una capra che si aggira fra le cataste pronte ad essere accese che bruca garofani che inghirlandano le lettighe di trasporto delle salme. Alcune mucche ruminano sdraiate in un angolo. Un paria impiegando un cuneo ed una pesante mazza spezzetta grossi pezzi di legno. Improvvisamente mi accorgo che a parte gli abiti e qualche persona al cellulare, rara, non vi sono tracce del 21 secolo, quello che sto osservando è al di fuori del tempo. Non vi sono tracce di modernità, sollevatori a motore, motoseghe elettriche altre amenità dell’era moderna. Così come lo sto osservando poteva accadere centinaia migliaia di anni fa, allo stesso modo, con gli stessi strumenti. Questa consapevolezza è il primo indizio che mi aiuta a comprendere il senso della ciclicità che gli indù attribuiscono alla vita.
Riporto l’attenzione alla catasta. Il calvo ripone impiegando una lunga verga di bambu tagliata una brace accesa al centro della catasta. La catasta inizia lentamente ad accendersi. La disinvoltura con cui la catasta si è subito accesa mi ha fatto pensare a qualche additivo chimico per facilitare l’infiammabilità, chiedo ai vicini. Mi confermano che non si possono impiegare benzina o altri liquidi infiammabili. Immediatamente la mia mente si perde in un paragone irrispettoso , ripenso a tutte le volte che ho dovuto accendere un fuoco per il barbecue o in un camino e mi rendo conto di quanto io a confronto questi paria non sia altro che un pivello. Seguono circa due ore di combustione in cui ogni tanto un paria con lunghe verghe di bambu aggiustano il corpo per esporlo alle fiamme più vive. Il parente rasato e vestito di bianco si aggira per il ghat e sembra più non fare caso al corpo del parente bruciante. Ha una espressione risoluta e seria ma non dispiaciuta o afflitta. Infine grazie a questo la mia mente ha elaborato quello i miei occhi mi hanno mostrato fino ad ora. Nessuno piange. Mi guardo attorno cercando una persona piangere. Nessuno ! Ne i parenti vestiti di bianco e rasati, nemmeno altri parenti partecipanti al rito. Nessuno piange e a quanto pare sembra che nessuno sia nelle condizioni di trattenere le lacrime. Questa scoperta è il secondo indizio che mi rivela come per gli indù la fine di una vita non sia mai definitiva. Ad una fine segue un nuovo inizio, magari sotto altre forme ma il ciclo continua inesorabile. Quindi perché piangere il caro defunto quando sono sicuri di rincontrarlo in altre vite e forme nei tempi avvenire. Mi sorgono spontanee delle domande Perché piangiamo quando muore una persona cara ? Quali sono i motivi che ci fanno soffrire ? a queste domande trovo una sola risposta concisa e precisa “le parole”.
Le parole che non potremmo più sentire dal nostro caro e scambiare con esso e quelle che durante la vita non siamo stati in grado di dire, il rammarico di non aver detto quello che volevamo quando ancora era in vita la persona cara.
Piangiamo un nostro caro perché non avremmo più l’occasione di parlare con essa interloquire con essa farci consigliare, confortare, scambiare idee e opinioni. E questo credo sia la cosa che più caratterizza la specie umana (anche se a volte la natura ci stupisce con atteggiamenti di animali che riteniamo erroneamente inferiori). Sono convito che anche in India nei primi momenti dalla dipartita piangano per questo e forse il rito che sto osservando è semplicemente troppo lontano da questo momento per suscitare ulteriori lacrime.
Oppure piangiamo un nostro caro perché non avremmo più la possibilità di dirgli quello che volevamo dirgli. Parole troppo a lungo rimandate o trattenute, per pudore per vergogna. E pensate un po’ … il più delle volte quello che volevamo dirgli non erano insulti o rimproveri ma bensì parole buone e gentili. Parole di perdono, parole di affetto. Quindi cosa ci ha impedito di dirle prima quando tutti erano vivi e tutto era possibile ?
Quando i fuoco si è oramai completamente spento uno dei paria preleva dei resti della salma** e li ripone in una giara metallica forse in bronzo. La consegna al parente che officia la cerimonia il quale poi si avvia verso il gange. Si immerge fino alle cosce si gira e getta i resti della salma nel fiume sacro.
La cerimonia è conclusa.
Mi alzo.
Ho le gambe un po’ anchilosate dalla protratta posizione statica. Procedo oltre verso altri ghat.

* Percorso pedonale: in india questo concetto non è il medesimo di quello degli europei ma si declina come una via dove le auto, autobus, taxi non possono circolare per i resto si possono incontrare, pedoni, ciclisti, motociclisti, riscio, tuk tuk, mucche (immancabili), cani randagi, carretti caricati all’inverosimile trainato da uomini o animali (asini, cavalli, bufali, cammelli, altro) tutti allegramente suonando il clacson o scampanellando in un modo che definirei cortese (approfondirò il concetto in un altro post).
** resti incombusti umani: durante la combustione vi sono parti del corpo umano che non vengono completante bruciate. Un vecchio di fianco a me è stato prodigo di informazioni ed in toni entusiasti mi spiegava che le ossa del bacino per l’uomo e il costato per le donne sono le parti che costituiscono la masse preponderanti di questi resti incombusti umani.